
L’URLO DI GIOBBE
con Elvira Scorza, Pierpaolo Bonaccurso e Ferruccio Messinese
Testo di Elvira Scorsa
Musiche del maestro Ferruccio Messinese
IN BREVE
C’è un uomo che urla, nel deserto di una vita che ha perduto il senso che la governava, e questo Urlo attraversa i secoli e le letterature: è la domanda sul perché il male che rompe le orecchie di chi nella fede cerca di trovare tutte le risposte, scavando le coscienze di secoli e secoli di studi biblici che, pur nella restituzione della complessità di Giobbe, lasciano aperta la piaga del dolore innocente.
“C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male” (Gb 1, 1) archetipo per eccellenza dell’uomo giusto e pio, baciato dalla grazia di Dio e dalla stessa Grazia improvvisamente privato, che si ritrova a voler sostituire la fede con il sapere e che in questo scontro perde. La risposta alla sua domanda disarticolata è impossibile, perché l’uomo deve rassegnarsi al proprio essere finito, parte di un sapere maggiore irraggiungibile e imperscrutabile che è quello del Dio Padre: “Dov’eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza. Chi ne fissò le dimensioni, se tu lo sai, o chi tirò sopra essa la corda da misurare? Su che furono poggiate le sue fondamenta, o chi ne pose la pietra angolare” (Gb 18, 4-6)
Ma questo Urlo non si è spento, questa domanda sul perché il male colpisca l’innocente ha attraversato la letteratura mondiale; la ritroviamo nel prologo del Faust di Goethe, nella melliflua presenza del dubbio che insidia la monolitica certezza di Dio Padre e della sua alleanza con il servo Giobbe; risuona nelle domande crude e nella perdita di fiducia nell’armonia celeste che Ivan Karamazov rivolge al giovane Alëša; rimbomba nel rifiuto del castigo e nella ferita del mistero che attraversa la fede di Padre Paneloux nella Peste di Camus – peste, malattia che corrompe e porta a una morte lenta e dolorosa, come la pelle scarnificata dal prurito che Giobbe soffre nel suo martirio – lo stesso Urlo conduce l’Amleto di Laforgue a confrontarsi con l’insensatezza della vita, si frantuma nelle invettive delle donne raccolte nelle Benedizioni di Baudelaire e porta alla dannazione la lotta impari di Achab affannato nel possedere quel Leviatano inafferrabile, inumano, incombente e possente come la Parola di Dio.
La figura di Giobbe attraversa queste opere come l’archetipo dell’uomo che, travolto dal male ingiustificato, non accetta spiegazioni preconfezionate e sfida il silenzio di Dio o dell’Universo; arriva a noi con la stessa forza assordante l’assurdità del male a cui assistiamo, portandoci a reiterare quell’Urlo solenne e divino del Figlio perduto al Padre Eterno: “Eloi, Eloi, lemà sabactàni” (Mc 15,34).
I testi sono letti da Pierpaolo Bonaccurso ed Elvira Scorza con il commento sonoro al pianoforte di Ferruccio Messinese. Un dialogo composito, correlato, sincretico, olistico: un apparato testuale e musicale che vuole essere una goccia da distillare senza attese sulla frenesia della nostra quotidianità.
Una risonanza quasi ancestrale per riportare lo spettatore a esperire la potenza di questo Urlo che ci abita da sempre e che, nel suo cercare risposta, ci ha regalato pagine di letteratura memorabili e preziose.
